COMUNICAZIONE EFFICACE

Questa domanda (piuttosto diffusa, peraltro) è stata fatta dopo un corso per insegnanti tenuto a Scandicci (FI), dal titolo “LA COMUNICAZIONE EFFICACE IN AULA”:

 

 

 

…la mia difficoltà è ottenere l’attenzione. Come faccio a far capire che devono ascoltarmi? Ci sono delle tecniche adatte? Esiste un “prontuario di rimedi”?

 

 

Risposta del Lo Spiazzo

 

Spesso l’errore di chi richiede dei sussidi per risolvere un problema sta nel pensare a quei sussidi come a delle bacchette magiche che possono risolvere tutto con una qualche tecnica.

In realtà, per funzionare le tecniche devono rientrare all’interno di metodologie, progettualità, relazioni. La comunicazione efficace in aula ha infatti tre dimensioni specifiche.

Una che possiamo chiamare “semiologica”: è l’arte di saper parlare in pubblico, l’arte di gestire il linguaggio verbale e quello non verbale; è quella parte della comunicazione che mette l’accento più sul “come” che sul “cosa” si dice.

Ma c’è poi la didattica, perché la comunicazione ha un obiettivo in aula: la trasmissione di un sapere. La didattica è l’arte di comunicare qualcosa. È la rivincita del “cosa” che pareggia con il “come”.

E infine c’è la comunicazione relazionale, che è l’arte di farsi ben-volere. Perché “cosa” e “come” si rivolgono a delle persone all’interno di una relazione.

Chiariamo subito, però: farsi ben-volere non significa diventare amiconi dei ragazzi. Significa dimostrargli che loro per noi sono importanti. La comunicazione in classe si crea nel “fuori classe”. Nella battuta particolare, nel saluto preciso. E nell’attenzione all’altro, alle sue fatiche.

Questa meta-comunicazione arriva, quello che non arriva è la risposta dei ragazzi. Ma il fatto che non arrivi una risposta, non vuol dire che questa non esista. Esiste. Ed entra nella semiologia e nella didattica. Purché la si faccia entrare.

Unire i tre mondi significa quindi: preparare al meglio la lezione (o perché non chiamarlo “l’incontro”?) partendo però non solo da quello che voglio/devo dire, ma da quello che potrebbe servire agli allievi… E in base a quello condire di curiosità, storie, esempi, canzoni, video, giochi.

Vale per qualunque materia: io ho capito il “fattoriale” (un operatore matematico) con un gioco fatto in classe in prima superiore.

Il “condimento”, il “contorno” non deve far paura. Si deve aver paura di non dare la portata buona, non di portarla accompagnata.

Poi ci si deve preparare alla sfida: punzonare gli allievi, “sfidarli”, senza mai umiliarli! Ad esempio, non bisogna chiedere: “Avete capito?”, ma piuttosto: “Luca, se è vero quello che ho detto, cosa succede? Cosa ne deriva?…”. La comunicazione semiologica punta ad affascinare, a “prendere”.

Ed infine, bisogna sempre tener conto degli sguardi dei ragazzi. Saperli interpretare, sapersi fermare, perché quello che conta non è la didattica in assoluto, ma è la didattica specifica per quei ragazzi, rivolta a loro con modo accattivante (non vano o frivolo, ma neppure pesante o irraggiungibile).

Se tutto questo è vero, allora posso correggere il mio modo di parlare, imparare tecniche e metodologie varie. Ma tutto l’apparato di tecniche e metodologie sono un piano che poggia sulle altre due fondamenta. Per questo a volte servono i sussidi, a volte i saggi, a volte i romanzi. Io vi consiglio questi tre:

 

  • se si vuole lavorare sulla comunicazione nella relazione :

Bianca come il latte, rossa come il sangue: il bestseller di Alessandro D’Avenia che, con la figura del Sognatore, mostra il Prof che unisce alla didattica la relazione;

  • se si vuole lavorare sulla comunicazione didattica :

Comunicare la fede ai ragazzi 2.0: il libro di Valerio Bocci affronta il necessario rinnovamento della “didattica” nella catechesi. Utilissimo anche nella scuola;

  • se si vuole lavorare sulla comunicazione semiologica :

Parlare in pubblico: di Cesare Sansavini. È l’evergreen per tutto quello che c’è da sapere sul buon parlare in pubblico.

 

 

Gigi Cotichella

EEDUCARE2.2b-29

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