EDUCARE TRA ESPERIENZE, PAROLE, MESSAGGIO

Scritto da Redazione.

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Nel giorno di don Bosco una riflessione di Gigi Cotichella, ricordando d. Riccardo Tonelli, SDB.

 

 

 

 Dal 10 al 13 Febbraio parteciperò al convegno di Pastorale Giovanile. Nelle schede di preparazione mi son trovato di fronte a un testo del compianto Don Riccardo Tonelli, caposaldo della Pastorale Giovanile in Italia, scomparso recentemente.Un articolo che, benché abbia più di vent’anni, è quanto mai attuale. Scorrendo tra le righe del contenuto sono rimasto molto colpito da un punto sulla relazione educativa, dove Don Riccardo analizza un aspetto che definisce comunicativo e dove parla dell’oggetto di  scambio che avviene nella relazione educativa. Di colpo sono finito in un vortice di riflessioni che mi hanno portato a questo articolo.

 

Cos’è l’educazione?

La relazione educativa è un mix di esperienze e parole. Tutti arriviamo a comprendere come la presenza di uno solo di questi due elementi renda molto povera la relazione stessa. Con solo esperienze, avremmo solo un elenco d’iniziative, come delle tacche su di un fucile, una specie di curriculum senza un progetto unico. Con solo parole avremmo un insieme astratto, poco concreto, di vita.

L’educazione, quindi, è qualcosa che fa sì che l’esperienza, alla luce delle parole di un significato, diventi un messaggio: cioè qualche cosa che è veramente significativo per il giovane stesso.

 

La rielaborazione:

Contrariamente a quanto pensiamo, non è l’esperienza in sé che ci fa crescere veramente. Ci sono persone che di fronte alla stessa esperienza reagiscono in maniera completamente diversa; persone che sanno trarre, anche da esperienze negative, insegnamenti per la vita e persone che ne rimangono schiacciate; persone che sprecano esperienze bellissime e persone che con niente riescono a crescere.

Quello che conta è il processo che dà un significato all’esperienza. Questo processo si chiama rielaborazione. La ricerca nella rielaborazione non è del significato, ma del significante. Ovvero di quell’insieme di elementi che permette di dare un nuovo significato all’esperienza. Non è automatico poter definire dopo un’esperienza di dolore qual è il senso, perché il rischio è di comunicare che ci è servito soffrire. Sembra come se l’intento sia comunicare «Menomale che abbiamo sofferto!».  La rielaborazione è partire da un dato: «Visto che ho sofferto, cosa posso fare per cercare di ricavarci almeno qualcosa che mi serva?».

Parole significative trasformano l’esperienza in messaggio. Noi diamo tanta importanza al messaggio che vogliamo dare con la nostra azione educativa. È giusto, ma spesso ci dimentichiamo che quello che conta è ciò che arriva al ragazzo. Don Bosco lo sapeva: «Non basta che voi amiate i ragazzi. Occorre che loro sappiano di essere amati». Non basta lanciare messaggi, è necessario che i ragazzi trasformino la loro vita in messaggio: in qualcosa di bello, di significativo. E questo avviene quando l’annuncio si fonde con la vita per far sì che la vita dei ragazzi si fonda con l’annuncio. Questo avviene con la rielaborazione.

La rielaborazione non è né semplicistica, né banale. La rielaborazione non trasforma il letame in cioccolata, ma ti ricorda che il letame può essere un buon concime. Il concime dentro casa abbandonato lì è solo un segno di sporicizia, sparso sul prato, sporcandosi anche le mani, fa nascere fiori e frutti abbondanti.

Lo sforzo educativo è, quindi,  quello di creare esperienze laddove non ci sono e dare parole e strumenti per poter avere il tempo per rielaborare sia l’esperienze che ognuno di noi vive tutti i giorni, sia l’esperienza che noi creiamo.

Le esperienze create in una relazione educativa, sanno di laboratorio: si tratta di portare in un tempo specifico della vita non prevista per far nascere l’imprevedibile. Portare dei ragazzi a un campo residenziale, far fare loro un’esperienza di volontariato particolare, metterli in un percorso artistico-creativo significa creare quell’esperienza che magari in quel momento la vita non prevede. Per poterli portare a  ri-elaborare. Quindi tracciare quell’elemento significativo nella vita del ragazzo stesso.

 

Il dialogo:

Educatori come creatori di esperienze, ma anche come gente capace di parola, dove le parole devono essere significative per i ragazzi. Ecco che allora il dialogo educativo ha alcune caratteristiche fondamentali:

  1. Il dialogo dev’essere un dialogo ascoltante, che rende protagonista il ragazzo. Non è semplicemente “dare delle risposte”, è fare in modo che ci sia un percorso in questo dialogo in cui il ragazzo vada all’interno di sé e scopra  le sue potenzialità e i suoi limiti e quindi li sappia valutare bene  per poter poi prendere delle decisioni. In quest’area agisce tutto quello che nel mondo educativo è la recounseling, ossia l’arte di aiutare gli altri a partire da loro stessi e dalle loro competenze.

  2. È un dialogo che sa attendere, che sa darsi dei tempi, delle tappe, che non prevede di risolvere tutto in un minuto. Quante volte, vedendo piangere una persona, abbiamo la sensazione di vederla star meglio? Benché abbia questo effetto immediato, positivo, il dialogo educativo è sempre un po’ più in là, è progettuale. Punta a darsi dei tempi, delle verifiche e dei mondi.

  3. Il dialogo è d’équipe: l’educatore sa che deve confrontarsi su dove portare i ragazzi, perché sa che ogni ragazzo sceglie un po’ il suo punto di riferimento. L’educatore sa bene che nell’ottica del segreto professionale bisogna vivere l’umiltà di sapere che quando mettiamo le mani sulla vita delle persone è meglio avere un’accortezza in più, che fare un passo falso.

  4. Infine il dialogo non deve essere mai giudicante, non dobbiamo mai spaventarci di come troviamo i ragazzi quando li incontriamo. Nessuno è orfano del tutto su questa terra, finché ci saranno “padri” e “madri” disponibili a colmare i vuoti. Quindi nessuno deve mai essere giudicato da dove si trova nel cammino della vita. La progettualità educativa ci indica l’obiettivo massimo finale. Vedere il punto di partenza è cercare solo il dato iniziale che serve per capire la strada da fare.

Non spaventiamoci mai delle situazioni esistenziali che vivono i ragazzi. Non scandalizziamoci mai. Non etichettiamoli mai come irrisolvibili. Siamo educatori. I punti negativi li vedono tutti, ma l’educatore vede qualcos’altro. L’educatore vede il miracolo di chi puoi diventare.

 

GG Cotichella

EEDUCARE2.2b-29

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