Il Consiglio

Scritto da Redazione.

fig edu-01di Gigi Cotichella

Con questo articolo ha inizio “Spirito Educativo”, una nuova rubrica di elledicieducare.it, che prende spunto dai sette doni dello Spirito Santo.

 

 

 

 

 

 

 

La nostra rubrica vuole parlare della spiritualità dell’educatore cristiano (e quindi anche animatore, catechista, genitore, coordinatore, allenatore… e, ancor più in generale, l’adulto). Così, traiamo dai sette doni dello Spirito Santo qualcosa per parlare dello spirito educativo che vive in ciascuno di noi. Un vademecum per rinforzare la nostra spiritualità, migliorare lo stile educativo, crescere nella formazione continua. Una provocazione per chi crede, ma anche per chi ha altre idee.

 

Da Dio a me

Nella Bibbia il primo dei doni è il consiglio. Forse perché si vuole indicarne l’importanza. È il sogno di Dio su di noi per la nostra felicità che viene sussurrato ogni giorno, perché la regola è chiara: o lo facciamo nostro o non vale.È il paradosso dell’amore liberante: quante volte vorremmo che Dio decidesse per noi, che facesse tutto quello che serve e al diavolo il libero arbitrio, che spesso di libero sembra aver ben poco e con l’arbitro condivide qualcosa di molto poco nobile come le protuberanze sul cranio.

 

Dio consiglia. E consigliare vuol dire tante cose. Vuol dire fare “con silenzio”, come fa chi ascolta; significa “saltare insieme”, come fa chi corre il rischio di affrontare il problema insieme a qualcun altro. Ma soprattutto, vuol dire “sedersi insieme”, come fa chi dialoga e chi prende decisioni dopo un confronto.

 

Dialogo quindi, cioè parlare, tirar fuori e poi ascoltare, rivedere. Il consiglio lavora proprio lì: sulla soglia di una porta aperta di chi chiede un consiglio.

La pedagogia di Dio è questa. Lavorare sulla soglia di una porta aperta. Non sfondare una porta chiusa a chiave! Certo, a volte la vita ci dà dei bei tocchi alla porta, quasi delle spallate, ma Dio poi si ferma. La porta del cuore è senza maniglia e si apre solo dall’interno. Di nuovo, la libertà.

Per questo più è grande la fiducia in Dio, più il Suo consiglio opera in noi. Più la porta è aperta, più Dio ci parlerà distintamente. Più lo accoglieremo seduti, più avremo spazio per riuscire a dialogare con lui.

È importante per andare più su. Perché il consiglio non lavora sui richiami, sulle grandi distinzioni tra bene e male e neanche sui fondamenti. Quelli li dà quasi per scontati. Il consiglio lavora su come alzare il livello, su come avvicinarsi  di più a Lui. Il consiglio non domanda “Che male c’è?”, ma parte da “Che bene c’è?” e arriva fino a chiedersi “Dov’è il bene?”, perché così lo va a cercare.

 

Saper scegliere. Il dono del consiglio è l’aiuto di Dio al discernimento, una pratica oggi poco usata. È l’arte di guardare più in là nelle scelte immediate, facendo memoria degli obiettivi presi, rielaborando i dati.

 

Da me agli altri

Come educatori dovremmo usare di più lo stile di Dio. Sentiamo troppo l’ansia di voler dire subito a qualcuno che sta sbagliando, che la via giusta ha un altro indirizzo, che le conseguenze si pagheranno amaramente. Noi sì che ce ne freghiamo del libero arbitrio, ma solo di quello degli altri!

 

Ecco allora che cos’è necessario.

La pazienza di costruire le fondamenta. Costruire ambienti di fiducia e di serenità, perché si possa dire quello che crediamo sia importante. Anche per noi la porta dell’altro si apre solo dall’interno!

 

La delicatezza di chi sa di avere tra le mani qualcosa di fragile e di prezioso. Quando qualcuno si fida, non vuol dire che va bene tutto quello che diciamo. Spesso la vera domanda è nascosta tra le pieghe dell’ansia, del dolore, della rabbia, dell’immediatezza. Ne sa qualcosa chi si occupa di counselling, dove il passo principale è davvero riuscire a portare l’altro alla vera domanda per poi trovare le forze dentro di sé per dare una risposta.

 

Il "non giudizio". Il consiglio deve essere liberante e non soffocante. E se l’altro è il protagonista deve sentirsi tale. Vi ricordate il giovane ricco che incontra Gesù? In realtà, ha le risposte già dentro di sé. Gesù gliele svela, anzi lo aiuta a trovarle. E quando vede che fa sul serio, gli indica (con uno sguardo che Marco riporta come “pieno d’amore”) l’ultimo pezzo di strada per arrivare alla vetta, alla verità. Quando il giovane dice di no, quando si ritira, quando di fatto rifiuta il consiglio, Gesù constata la problematica, ma di fronte al pessimismo degli apostoli “Chi si salverà?!”, ha decisamente una visione più ampia: “Ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio!”.

Siamo obbligati, quindi, a un “reale ottimismo incrollabile”, pur di fronte alle mille ferite, alle mille cadute. Niente di ingenuo. Non possiamo che puntare alla fiducia. Perché è “consiglio”, non è imposizione. “Siamo crocifissi” alla passione del credere nel giovane che vogliamo aiutare e accompagnare. Costa, per questo non c’è ingenuità.

 

E infine ancora un commento umano. Partendo da un brano di vangelo.Vi ricordate l’esempio della pagliuzza e della trave? “E tu perché stai a guardare la pagliuzza che è nell'occhio di un tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come osi dirgli: 'Fratello, lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio', mentre tu non vedi la trave che è nel tuo?”. Gesù finisce in un modo a dir poco geniale: “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio, allora vedrai chiaramente e potrai togliere la pagliuzza dall'occhio di tuo fratello” (Lc 6, 39-42).

Dunque, abbiamo il dovere di consigliare! Abbiamo il dovere di farlo bene! La disciplina che nasce da questo obbligo è la richiesta che ci arriva dai giovani. Non mi tolgo la trave solo per dare il buon esempio! Dare il buon esempio, tutte le volte che posso e che riesco, è il mio allenamento per provare a consigliare meglio che posso.


GG Cotichella

EEDUCARE2.2b-29

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